Vangelis, il genio autodidatta.

Evangelos Odysseas Papathanassiou, nome completo del celebre compositore Vangelis. Questo grandioso artista mi ha saputo trasmettere sensazioni davvero rare a provarsi, e non solo per le sue eccellenti capacità compositive. Lo seguo ed ammiro da un decennio circa, attraverso le sue grandi opere fra cui le colonne sonore di Bladerunner, Momenti di gloria, 1492 – Conquest of paradise, Alexander e Missing, fra le più conosciute. Spesso paragonato ai suoi grandi predecessori classici, Vangelis ha saputo sfornare nella sua carriera autentici capolavori immortali, cominciando a comporre musica attorno ai quattro anni. Si è da sempre rifiutato di prendere lezioni di musica, in quanto già da bambino aveva chiara la sua teoria (tuttora sostenuta) in merito all’espressione artistica in genere: lo studio può pregiudicare e contaminare irrimediabilmente la propria preziosa spontaneità compositiva. Ho cercato di fare mia questa sua logica, anche se il mio essere musicista è già largamente contaminato dallo studio, ma cercare di comprenderla a fondo mi ha aiutato parecchio e trovo sia costruttivo per ogni artista in genere. La scelta di non affrontare il discorso teorico in musica è di certo qualcosa di poco costruttivo per la stragrande maggioranza dei compositori. Secondo il mio parere diventare un genio ai livelli di Odysseas senza studio teorico è qualcosa che succede ad un solo umano su alcuni milioni. Entra quindi in gioco la predisposizione, quella parte di personalità in un certo senso ”già pronta”, un istinto che in alcuni casi rende il proprio punto di partenza paragonabile ad anni di impegno degli altri. Si dovrebbero scomodare diversi luminari per capire quali siano gli elementi che compongono ed influenzano la predisposizione all’arte, io non posso che accontentarmi del riflettere sulla mia esperienza. Ricordo bene quando ancora bambino mi è stata comprata la prima tastierina, una casio dai suoni urticanti. Non sapevo ancora nulla di musica, mi limitavo a schiacciare quei tasti bianchi e neri e a contemplare il risultato più o meno gradevole che ne usciva. Dopo alcuni mesi la modesta padronanza acquisita cominciava a dare alcuni risultati, sempre però non oltre al riprodurre ad orecchio le musichette che uscivano dalla radio. Dopo circa un annetto, mentre suonavo cominciava a farsi viva una strana sensazione molto simile ad un innamoramento. Si trattava di una grande possibilità, quella di suonare qualcosa che nascesse esclusivamente dalla mia testa. In una parola: comporre. Un nuovo mondo mi si apriva davanti, un istinto che aveva come carburante la percezione del profondo legame fra numeri e note, le infinite combinazioni a portata di mano, una minuscola onnipotenza, un perfetto ecosistema formato da me, lo strumento e ciò che ne usciva. Ho ancora nella mente (e tutt’oggi me le suonicchio) le prime linee melodiche e i loro accordi. Sorrido ripensandoci, ovvio, si tratta di musiche acerbe, di piccoli discorsi non risolti o risolti male. Insomma, sono poi le idee di un bambino. Però non posso non ammettere che quei lavoretti erano e sono impregnati di un qualcosa di parecchio prezioso che negl’anni è andato via via scomparendo, oggi non ne resta traccia. Non esiste vocabolo per definire questo qualcosa, posso solo percepirlo come spontaneità, limpidità, innocenza, caratteristiche che rendono una musica assolutamente diversa da tutte le altre, autentica a livelli sorprendenti, quasi in grado di superare il semplice gusto personale. Ebbene sì, in quelle note di bambino era presente la scintilla dell’universalità, intesa come insieme di sensazioni percepibili fedelmente da chiunque. Ed ecco che prende credibilità quella teoria di Vangelis, all’apparenza paradossale, ma che nasconde una sacrosanta verità. Una volta cominciati i miei studi di pianoforte tutto è sparito. Il mio maestro mi parlava della composizione con frasi inquietanti tra le quali ”comporre è un’arte per pochissimi eletti” oppure ‘’solo chi ha alle spalle almeno un decennio di studi può tentare di comporre”. Mi spaventava, io lo ascoltavo e davo per scontate queste sue teorie, anche perchè le sue sorprendenti capacità al piano mi ipnotizzavano, gli conferivano grande rispetto, mi impedivano anche solo lontanamente non di smentirlo, bensì di ipotizzare un solo vago dubbio sulle sue massime. E mi toccava studiare duro. A casa dovevo rendere non poco, gli esercizi erano tanti, difficili, per non parlare del solfeggio cantato e non. Il tempo scarseggiava, assieme alla voglia di mettermi lì a tradurre le mie idee in musica. Col tempo sono passato dal pianoforte al canto, dal canto alla batteria e così via pian piano a dedicarmi ad altri strumenti. Tutto era plastico, metodo e disciplina, ore ed ore di sforzi quotidiani per raggiungere qualcosa che (nel mio caso) mi sarebbe poi servito solo in minima parte. Attorno ai diciotto anni, una mattina di settembre, mi sono improvvisamente ricordato dei primi tempi su quella tastierina, quegli indimenticabili momenti da bambino. Così, come se nulla fosse, come se quella ”pausa dal mio istinto” durata diversi anni non fosse mai esistita. Eppure tutto era diverso. Ma non mi importava, avevo finalmente capito che la vera soddisfazione era un’altra: dovevo assolutamente dedicarmi alla composizione. E da lì, da quella mattina di settembre, non ho mai smesso di inseguire i miei sogni e di tradurli in musica. Oggi come oggi c’è una domanda che mi accompagna quasi costantemente, stia io lavorando, pranzando, lavandomi o tagliando l’erba del giardino: perchè non so più fare ciò che mi riusciva da bambino? E’ un dilemma, pur sapendo descrivere tutte quelle sensazioni non ho la più pallida idea di cosa fosse all’epoca a partorire quella sublime semplicità. Un paradosso, essere oggi nettamente (ed ovviamente) superiore a quell’acerbo bambino alle prime armi e non saperlo emulare. Vangelis è un genio anche e soprattutto sotto questo punto di vista; ha supposto ancora in tenera età che lo studio avrebbe potuto contaminare la sua creatività, o almeno la parte più genuina (e per questo preziosa) di essa. Tutto ciò trasuda dalle sue opere, il suo estro è composto di imbarazzante semplicità, quasi quelle note siano appunto opera di un bambino. A dare ancora più spessore ai suoi lavori non mancano però arrangiamenti sublimi, a mio avviso inarrivabili per gusto e tecnica. Ma questo è tutt’altro discorso. Chiaramente non bisogna sottovalutare il fatto che Evangelos sia nato nel ‘43, e il suo aver cominciato a comporre a quattro anni consegna ai giorni nostri un miracolo vivente: un artista con sessant’anni di genialità ed esperienza sulle spalle. Non mi resta che darvi un consiglio dal profondo del cuore… Avvicinatevi alla sua musica, ne vale davvero la pena, nel corso della sua carriera ha sfornato una razione di musica tale da sfamare l’appetito di tutti quanti. Qualunque sia il vostro gusto musicale, sia chiaro, dal momento che ha dato alla luce brani dal pop al rock, dalle opere new-age a quelle cameristiche. Buon ascolto, soddisfatti o rimborsati.

Giuse Rossetti

~ di giuserossetti su Aprile 16, 2008.

8 Risposte to “Vangelis, il genio autodidatta.”

  1. A quanto tu sappia, è possibile e/o consigliabile non imparare neppure a scrivere le note? e a rilevare i nessi tra le tonalità e tra le armature in genere?
    forse il punto è rilevare i nessi, non impararli per esami.
    Quindi forse sarebbe meglio non spiegare nulla tranne a chi ne domanda;
    perché domandare e farsi spiegare è comunque un modo personale per rilevare.Eh?

  2. Vito, ottima osservazione. Sono del parere che seguire il proprio istinto, nel quale istinto rientra pure un’innata curiosità più o meno marcata, sia l’unico modo per capire bene dove vogliamo arrivare veramente. Parlando da musicista in parte studioso e in parte autodidatta, credo fermamente che (arrivati ad una data consapevolezza di sè) si debba decidere cosa si vuole davvero fare delle proprie capacità. Nel caso ci si ponga un obiettivo preciso, e questo obiettivo sia quello di divenire un esecutore o un turnista, non ci piove che il nostro debba essere un percorso di studio atto ad assimilare tutta la teoria possibile in ambito musicale. Specie perchè in questo caso i nostri lavori tipo saranno alla “Ecco lo spartito, ci vediamo domani in studio”. Per tutti gli altri casi resta valido il discorso dell’istinto e della curiosità. E’ scontato che ogni conoscenza teorica in più possa migliorare le nostre capacità e ridurre in parte i nostri sforzi cerebrali, ma c’è sempre e comunque una perdita di preziosissima spontaneità in agguato. Ho diversi amici con alle spalle un decennio di conservatorio, ma, e mi dispiace dirlo, sono in media eccellenti esecutori che però, di fronte al bisogno di esprimersi compositivamente in scioltezza, ottengono risultati decisamente mediocri. Ecco allora che la vicenda di Vangelis trova riscontro nel mio personalissimo risultato di una altrettanto personalissima analisi.

  3. Bravissimo parole sante!!!!!!
    A mio parere Vangelis è in assoluto il più grande genio musicale del mondo….
    Vederlo suonare dal vivo è un emozione indescrivibile….non c’è nulla di pre registrato!!!!
    Come hai detto tu…semplicemente un genio.

  4. Già, vederlo suonare dal vivo è un’esperienza che non si scorda troppo facilmente.

  5. pensate che al corso d’improvvisazione della scuola musicale civica (da pochi anni Accademia Internazionale della Musica, da un annetto sotto l’assessorato del lavoro) a Milano possono accedere solo già diplomati, mi pare, e in pianoforte; o comunque chi ha superato il 5′anno.Domani riaprono le iscrizioni…

  6. Questo è un vivido esempio di ignoranza ostentata.

  7. TRA POCO ESCE TO END ALL WARS EVVIVAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  8. Complimenti, ottimo articolo. E’ incredibile perché, nel mio piccolo, ho sempre pensato la stessa cosa anch’io. A dire la verità il discorso potrebbe ampliarsi anche alla cultura in genere. Spesso il pensiero, così come qualunque altro gesto creativo, viene talmente influenzato dalla “cultura” da rimanerne soffocato. Il vero genio ha bisogno di libertà perché deve innovare, deve superare le barriere degli assiomi culturali, deve essere sfrontato e dissacratore. Il genio è rivoluzione e coraggio. Grazie Giuse

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