Musica, sottobosco, vetrine.
Musica, già, un tempo solo a sentire questa parola mi emozionavo, con la mia nuova cassetta di turno fra le mani mi sentivo come un bambino con davanti un pomeriggio senza compiti e senza genitori fra i piedi. Oggi no, non sono più quello di un tempo. La musica non è più quella di un tempo. E chi ascolta? Non è più l’ascoltatore di un tempo. Nostalgia? Assolutamente no, o meglio, non solo. Perchè non mi emoziono più? Perchè mi riesce quasi spontaneo fuggire da chiunque abbozzi una chiacchiera su questo argomento? Perchè in quest’epoca la musica è una maglietta, un portachiavi, un complemento d’arredo. La si vuole sfoggiare come un abito, come un’automobile. Serve in poche parole per mettersi in regola con la moda. Dovrei andare a parare verso l’adolescenza, verso i ragazzini, ma non è di certo tutta colpa loro. Omologazione, questa dannata facoltà umana, sempre e soltanto colpa sua. Da qualche anno a questa parte è in espansione un nuovo virus, una vera e propria patologia che come sintomi ha il baratto della propria obiettività in cambio della tanto ambita pigrizia psichica. Ho ragionato a lungo guardandomi bene attorno, col solo intento di soddisfare la mia curiosità, ed ho capito che un gigantesco e spietato cerchio invisibile si è chiuso. Questa circonferenza immaginaria è composta dai media, dagli artisti sulla cresta dell’onda e da chi finanzia direttamente e indirettamente il loro complotto. Che parolona ”complotto”, vero? Ma usare qualsivoglia espediente per confondere il pensiero altrui traendone guadagno, non si chiama forse così? E allora di complotto si tratta. Esistono due grandi specie di etichette discografiche: le major e le indie, ossia, in parole povere, quelle coi soldi e quelle senza. Quelle coi soldi hanno totale potere sui media, quelle senza hanno totale potere sui pub di periferia. Un ipotetico fruitore di musica plasma la sua conoscenza ed il suo sapere in materia attraverso i media, a mio dire attorno all’80% dei casi, l’altro 20% è invece composto da chi pretende una cultura musicale fatta su misura. Arrivati a questo punto mi sorge più che spontanea la domanda: ma tutta quella gente che ascolta tv e radio, mica s’innamorerà di qualche artista proposto da quei media? Certo che sì, questa è matematica. Ma allora, in linea di massima il gusto musicale rientra nell’insieme di artisti che musica e tv propongono? Certo che sì, sempre la stessa matematica. Se fin qui la mia teoria è chiara e sta in piedi… Tu, facente parte di quelle otto persone su dieci, compri o scarichi musica che hai sentito in radio o in tv. Tu, facente parte di quelle otto persone su dieci, hai una conoscenza musicale che spazia fra ciò che i media ti propongono. Si potrebbe dunque chiudere il discorso con una bella massima del tipo ”i gusti sono gusti e non si discute”? No, non credo proprio. Trovo non sia corretto parlare di gusto riferito alla musica proposta dai media. Mi spiego meglio… Se in vita tua hai sempre mangiato gelato alla panna o al cioccolato e mi dici che quei due gusti sono i migliori, credi forse di essere obiettivo? Non credo proprio. Allo stesso tempo non voglio criticare le tue scelte, anzi, sono sacrosante, ma mi permetto di farti notare che esistono almeno altri cinquanta tipi di gelato! Quindi il tuo parere non è affatto obiettivo. Questo esempio calza a pennello con la discografia. Gli artisti proposti dai media sono un dato numero, ma questo numero non comprende ogni artista meritevole di diffusione, bensì solo gli artisti selezionati e fatti crescere dalle major. E tutti gl’altri dove stanno? Sotto le ali delle etichettine indipendenti. Tutto ciò è a dir poco triste, il sistema è profondamente ingiusto, un vero crimine. Ecco allora fatta luce su quel cerchio chiuso. La musica che trova mercato non nasce da abilità compositive o poetiche, non nasce dalla dose d’impegno dell’artista, anzi, le etichettone padrone si guardano molto bene dal diffondere musica di spessore, prodotti colti o per palati raffinati. Sarebbe un impiccio non poco controproducente costringere l’ascoltatore (loro cliente) a riflettere, ad analizzare un prodotto, molto meglio che sia bello leggero, orecchiabile, immediato. Detto questo… Ognuno è libero di ascoltare ed acquistare la musica che vuole, ci mancherebbe altro, ma riflettere su questo discorso artista-media-denaro penso possa aiutare a porsi dei quesiti, a non dare mai per scontato tutto ciò che circonda, in musica come nella vita. L’obiettività è qualcosa che nella nostra esistenza ha la stessa importanza del respirare. Chiediamoci quindi quanto vale il nostro giudizio in musica, da quali basi parte il nostro metro di misura in materia. Potremmo scoprire che dal nostro sentiero ramificano migliaia di altri percorsi, il fatto che tutti stiano camminando in una direzione non significa per forza che tutt’attorno non ci sia altro che il deserto.
Giuse Rossetti


Impossibile resistere alla tentazione di essere il primo a commentare. Un abbraccio dal sottobosco.
Oh, signor Q, quale onore avere come primo commento la sua dinamica penna.
Dai Giuse, sempre a sopravvalutare questi uomini. Come se, anche rimescolando un po’ le carte della storia, potesse venire fuori per il gran numero qualcosa di vagamente diverso da tutto questo. Un punto a favore di quest’epoca c’è. C’è un piccolo (forse piccolissimo) margine in cui ci si può fare una piccola parte di cazzi propri senza possedere enormi ricchezze. O farsi la propria musichetta. E farla sentire agli amici distanti.
Per il resto la tua battaglia è comprensibile e l’appoggio. A piccoli passi riusciremo a convincere un paio di altre persone, dopo noi stessi. Certo, magari vogliono anche qualcos’altro. Teniamolo in conto.
Vabbè. Auguri per la casa nuova.
Ale
Ale, come al solito darti torto sarebbe impossibile. Tra le tante utilità dell’indice c’è anche quella di puntarlo. L’orso e il miele, Giuse e la chiarezza.
Ciao Giuse!
Come non darti ragione? Del resto anche io e gli altri quattro gatti come me ci affanniamo per farci conoscere e per dar segno che esistiamo: i sogni sono sempre lì nel cassetto (= soldi), ma sarebbe comunque già soddisfacente che qualcuno si ricordi di quello che facciamo in qualche modo…
a presto
uncle disaster
Ecco, voi siete un esempio lampante di tutto questo discorso. E dico lampante solo perchè lampantissimo non esiste.
Uncle disaster, ahahah… Il primo nick che t’è capitato fra le mani.
C’è un fattore in più.
Se sono i media che scelgono cosa farci ascoltare, direi che vent’anni fa avevano molto più buon gusto
Forse la mia fortuna è stata avere fratelli molto più grandi di me ai quali rubare le cassette, visto che la radio da noi si prende male.
Sì prende male la radio lì? Che fortuna! Già, i fratelli più grandi sono mediamente grandi benefattori per il nostro culto/gusto musicale.